Polpette speziate

11 Agosto 2017Valentina

Prep time: 25 Minuti

Cook time: 20 Minuti

Serves:

Negli anni ’50 Totò spopolava interpretando Un Turco Napoletano.

Quasi mezzo secolo dopo, invece, un turco romano sarebbe diventato uno dei protagonisti del cinema italiano degli anni 2000.

Ferzan Özpetek, classe 1959, di Istanbul, era giunto all’attenzione della critica con Hamam – Il Bagno Turco, suo esordio alla regia dopo una gavetta come assistente al fianco di Massimo Troisi, Francesco Nuti e Marco Risi. La grande popolarità arrivò nel 2001 con il terzo film, Le Fate Ignoranti, azzeccato sin dall’inusuale ed intrigante titolo.

Antonia (una quintessenziale Margherita Buy), all’indomani della tragica morte del marito Massimo, apprende che l’uomo aveva intrattenuto una relazione extraconiugale lunga ben sette anni e che, per di più,”l’altra”, la misteriosa Signorina Mariani, è in realtà un uomo, Michele (Stefano Accorsi, che aveva appena inaugurato il suo annus mirabilis con L’Ultimo Bacio e che, grazie a questo ruolo, smise di essere semplicemente il giovanotto della pubblicità del Maxibon e acquistò visibilità sufficiente per attirare l’attenzione di Laetitia Casta).

Mentre Antonia, superato l’iniziale sgomento, rimane sempre più coinvolta nel variopinto carosello di personaggi che affollano la vita e la casa di Michele, il film mette in fila, uno dopo l’altro, tutti gli elementi che, negli anni successivi, serviranno ad identificare infallibilmente il cinema di Özpetek: personaggi dei più svariati orientamenti sessuali; conflitto tra la famiglia d’origine (escludente, giudicante, respingente) e quella “d’adozione” (allargata, confusionaria, accogliente); il passato con cui è necessario fare i proverbiali conti; la menzogna intesa sia come negazione, inganno, maschera che come ingrediente semplicemente imprescindibile nelle relazioni umane, anche e soprattutto quelle amorose (“Io mento sempre con le persone che amo”, dice il transessuale Mara, chiosando la battuta-manifesto del film).

E poi c’è il cibo: ogni passo di Antonia nello stravagante microcosmo di casa Mariani avviene sempre in concomitanza con la preparazione di un un pranzo o di una colazione. La distanza tra le due vite di Massimo viene suggerita dalle differenze tra la cucina moderna, asettica e probabilmente poco utilizzata del domicilio coniugale e quella affollata e perennemente operativa di Michele. Alle immagini delle vivaci tavolate sul terrazzo con vista sul Gazometro si deve buona parte dell’atmosfera del film e di quello che verrà riconosciuto, da allora in poi, come lo stile di Ozpetek, con tutte le controindicazioni del caso.

Nei film di Özpetek, la cucina è sempre un luogo di intimità. Le inquadrature che il regista riserva al cibo sono meticolose, la cura del dettaglio maniacale, pretendendo che sul set bicchieri e piatti siano sempre perfetti e che nelle scene girate in cucina gli attori mangino cibo cucinato al momento, in quanto la degustazione delle pietanze calde, appena preparate, rende molto più realistica la scena stessa.

Tutti sanno che nello show-business l’insuccesso non viene perdonato; più misterioso, ma altrettanto e forse più eclatante, è il meccanismo con il quale viene punito il successo. Il pubblico adorante ama porre i suoi idoli sui piedistalli per poi farne facili bersagli; lo spettacolo dell’ascesa e della caduta è il genere da sempre più amato nel Cinema, sia fuori che dentro lo schermo.

Con l’uscita della successiva opera di Ozpetek, La Finestra di Fronte, gli stessi critici che avevano consegnato premi e tessuto elogi cominciarono ad affilare le lame che, giunti al quinto film, l’ambizioso e sottovalutato Cuore Sacro, servirono a calare i primi, micidiali fendenti.

Non che Özpetek sia esente da colpe: la freschezza dei primi film ha effettivamente lasciato il posto ad una certa affettazione, dalle controllate sfumature autobiografiche si è passati al compiacimento autoreferenziale, il gusto per il melodramma è sfociato nel didascalico e nel caricaturale.

Anche l’attrice feticcio Serra Yilmaz (ora attesa come concorrente nell’imminente versione “celebrity” di MasterChef), che ne Le Fate Ignoranti era stata salutata come una piacevole scoperta, giunti a Saturno Contro era ridotta ormai a petulante macchietta.

Si può tranquillamente affermare che nessun’altra opera di Özpetek è riuscita a ripetere la felice ricetta de Le Fate Ignoranti, e non certo perché siano mancati i tentativi. A distanza di quindici anni, detiene ancora alcuni piccoli primati: è stato uno dei primi film in Italia a gettare uno sguardo originale e schietto sul mondo gay, in precedenza soggetto riservato a pellicole sensazionaliste o pruriginose; ha regalato ai Tiromancino, che cantano Due Destini sui titoli di coda, il più grande successo della loro carriera; soprattutto – e pare incredibile, detto oggi – ci aveva lasciato con l’impressione che Gabriel Garko, in fondo, potesse persino recitare.

“A Massimo,

per i nostri sette anni insieme,
per quella parte di te che mi manca e che non potrò mai avere,
per tutte le volte che mi hai detto non posso,
ma anche per quelle in cui mi hai detto ritornerò.
Sempre in attesa,
posso chiamare la mia pazienza amore?

La tua fata ignorante!”

Ma cosa sono le fate ignoranti? La risposta ce la dà direttamente Ferzan Özpetek.

Le fate ignoranti sono quelle che incontriamo e non riconosciamo, ma che ci cambiano la vita. Non sono quelle delle fiabe, perché loro qualche bugia la dicono. Sono ignoranti, esplicite, anche pesanti a volte. Ma non mentono sui sentimenti. Le fate ignoranti sono tutti quelli che vivono allo scoperto, che vivono i propri sentimenti, e non hanno paura di manifestarli. Sono le persone che parlano senza peli sulla lingua, che vivono le proprie contraddizioni e che ignorano le strategie. Spesso passano per ignoranti, perché sembrano cafone, e invadenti per la loro mancanza di buone maniere. Ma sono anche molto spesso delle fate, perché capaci di compiere il miracolo di travolgerci. Costringendoci a dare una svolta alla nostra vita”.

La ricetta di oggi, viene direttamente da una scena del film, da un dialogo tra Serra ed Antonia. Queste polpette che Antonia scopre essere una invenzione di Massimo, che preparava ogni domenica per i suoi amici segreti, mentre a lei diceva la famosa bugia tipica delle fate ignoranti, di andare in trasferta a seguire la Roma, sono state cucinate nel film dallo sceneggiatore e co-produttore Gianni Romoli.

Serra: Devi dirmi dov’è che ho sbagliato. Forse ci ho messo troppo arancio.
Antonia: No, ti prego. Appena sveglia, no!
Serra: A lui non gli venivano così! Mela grattugiata, peperoncino, cotte nella cipolla e nell’arancio, o forse non ci andava la cipolla?
Antonia: Non lo so.
Serra: Ah, pensavo gliele avessi insegnate tu! Massimo le faceva sempre.
Antonia: Massimo cucinava? ….
Serra: Certo che cucinava ed erano i momenti più belli con lui. Inventava, creava!

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Polpette speziate delle Fate Ignoranti

  • Prep time: 25 minutes
  • Cook time: 20 minutes
  • Total time: 45 minutes

Direttamente dal film Le Fate Ignoranti, le polpette di Massimo.

Ingredienti

  • 400 grammi di Macinato di Vitello
  • 300 grammi di Macinato di Pollo
  • 3 Uova, medie
  • 2 Formaggini, tipo Mio o Susanna
  • 1 Mela
  • 3 fette di Pane in Cassetta
  • 1 Carota
  • 1/2 gambo di Sedano
  • 1 Peperoncino rosso
  • 1 Cipolla dorata
  • 2 Arance
  • 1 cucchiaino di Paprika dolce
  • 1 bicchiere di Vino bianco
  • Olio extravergine di Oliva
  • Sale fino
  • Parmigiano Reggiano, grattugiato

Procedimento

  • 1)

    In una ciotola, impastare insieme i due tipi di macinato con le uova, il pane ammollato nel latte, strizzato e sminuzzato, i formaggini, il parmigiano, la polpa grattugiata della mela, la cipolla il sedano e la carota tagliati a cubetti, qualche anello di peperoncino fresco, la paprika, il sale e il succo di  arancia.

    Laddove il composto dovesse risultare un pochino molle, aggiungere poco alla volta del pangrattato per raggiungere la consistenza adatta a formare delle polpette sode di media grandezza.

    Friggere le polpette in abbondante olio aromatizzato al peperoncino.

Note

La ricetta originale vuole le polpette non fritte ma cotte in abbondante olio al peperoncino e altra cipolla in una larga padella e sfumate con vino bianco e succo di arancia.

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